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Il santo del Giorno

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La Liturgia di Oggi

Omelia Giovedì Santo 2017

 

“Li amò fino alla fine”.

È bello ritrovarci qui, all’inizio del Triduo pasquale, in questo giorno in cui celebriamo l’amore di Dio che si dona. Abbiamo terminato la quaresima, abbiamo camminato tra alti e bassi per questi 40 giorni, ed ora siamo qui in attesa di qualcosa di bello per la nostra vita. Abbiamo iniziato la quaresima con un tempo invernale rigido, ora siamo in piena primavera. Ma non sempre è così nella nostra vita.
Ci sono in tanti di noi, ancora freddezze, tensioni, macigni. La vita personale o familiare o comunitaria non è facile. E siamo qui perché comunque crediamo che solo qui, posso trovare Qualcuno che mi ama veramente e che mi insegna ad amare. Qualcuno che mi ama fino alla fine.

Ma come, Signore, non vedi le mie contraddizioni, i miei limiti i miei peccati? Sì, sembra dirmi il Signore, ma io ti amo fino alla fine. Che fai, Signore, non ti curi che noi non ci curiamo di te, che ci ricordiamo di te solo perché è Pasqua, perché poi la vita è un’altra cosa? Sì, lo so, ma io ti amo fino alla fine.

Vi confesso che ogni volta che ascolto questa pagina di vangelo sono profondamente toccato da queste parole dell’evangelista Giovanni. Penso al cuore di Gesù in quel momento, ricco di un cammino di almeno tre anni con quei dodici uomini. Penso al suo amore per l’umanità che anche nell’approssimarsi della sua ora non pensa a se stesso, ma va oltre se stesso per consegnarsi. Penso al cuore dei discepoli, Giovanni, Pietro, Giuda. E vedo, come una scena al rallentatore Gesù che fa qualcosa di inaspettato. Si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano e se lo cinge attorno alla vita. versa dell’acqua nel catino e comincia a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli. E penso che Gesù ripete questo gesto chinandosi su di me oggi. E inizialmente non ci sto, come
Pietro. No, Dio non può, non deve agire così. Dio deve affrontare i nemici, Dio deve far cambiare mentalità ai miei superiori, se Dio è Dio deve trasformare il cuore di mio figlio, di mia moglie, di mio marito; Dio deve ascoltarmi, sentirmi, fare quello che dico io…

E Dio invece si china, insegnandomi a chinarmi. Dio si fa mio nutrimento, perché io possa imparare a farmi nutrimento degli altri. È questo il mistero paradossale di questo giorno, che unisce il dono dell’eucaristia a quello della lavanda dei piedi: due facce di un unico mistero d’amore. Ma noi, talmente presi dalla vita di ogni giorno, sempre collegati ad internet o in attesa di qualche sms, schiavi della televisione e dell’apparenza e del vuoto del mondo, rischiamo di rendere vuoto e apparente questo dono d’amore, rischiamo di relegare al passato o ad una semplice emozione questo donarsi reale di Dio. Per questo vorrei rivolgermi in particolare ai ragazzi che, i promo ottobre, riceveranno la santa cresima.

Aiutateci voi a meravigliarci di nuovo davanti al dono di Dio. Non è scontato che Dio si faccia pane; che quel pane diventi il Corpo di Cristo. Non mi è dovuto, non è per far un piacere a Dio. È un dono da accogliere con commozione, consapevoli di non essere degni di partecipare a questa mensa.

Oggi, in questo giovedì santo, nell’intensità che solo una sera come questa può dare, io mi auguro che ciascuno di noi si commuova di nuovo davanti al tabernacolo come se fosse un dono perduto da venti anni. Ma commuoversi significa anche “muoversi con”. Con Dio, che si muove verso l’uomo, con l’uomo, chiamato a muoversi verso altri uomini. Comunione significa unione-con Dio; significa muoversi per gli altri, fare un passo verso l’altro, desiderare l’unità. Il senso di questo giorno si ritrova nelle parole di Gesù: come io il maestro e il Signore, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Come io ho condiviso la mia vita per voi, così voi siete chiamati ad amarvi, a riconoscervi fratelli a dare la vita. il mondo ha bisogno di vedere comunità che si amano, che vanno al di là di se stesse.

Ma il Giovedì Santo ci dice anche un’altra cosa. Il Signore ha scelto di donarci il suo Corpo e il suo Sangue attraverso qualcuno che consacra il Pane e il Vino: il sacerdote. Senza il sacerdote, pur con tutte le fragilità e i limiti della nostra umanità, noi non potremmo avere l’Eucaristia e la chiesa sarebbe vuota. Vi invito allora a pregare per noi sacerdoti, arrivati in questa comunità perché ogni anno che passa sentiamo la gioia di imbandire per voi questa mensa che è l’altare della nostra chiesa, come indegni padri di famiglia.

Di pregare per padre Carmine, padre Stefano, don Gino. Di pregare in particolare per il nostro diacono, Franco. Pregate e fateci forza perché possiamo essere i primi a sbriciolarci per voi, per il bene di questa gente e del mondo.

Colgo anche l’occasione per farvi pregare per le vocazioni. Livorno e la chiesa ha bisogno di sacerdoti. Carissimi ragazzi, in un mondo che considera la nostra risposta alla Chiamata di Dio una vita persa, sprecata, priva di libertà, vorrei far risuonare oggi alcune parole che un grande prete italiano Lorenzo Milani scrisse in una lettera quand’era seminarista alla mamma: Cara mamma, mi dispiace che tu senta il peso della mancanza di libertà. Ma non ci pensare perché io non ne sento affatto. Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela. Chi regala la sua libertà si libera dal peso di portarla. Io per esempio mi son preso tutte le libertà possibili immaginabili e poi mi sono accorto che c'era una grande cosa (la più grande) che non potevo fare. Prima di morire mi voglio prendere anche questa libertà di dir Messa.

Ringrazio Dio con voi, cari ragazzi e tutti voi cari amici, perché il Signore ci ha dato la libertà di dire Messa.

 

Padre Carmine Madalese parroco

 

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